IL CAPITALISMO HA RISCRITTO LA COSCIENZA DELLA COLLETTIVITA’




 Nel cuore della crisi neoliberista, il più grande successo del capitale non è stato solo la distruzione del sistema socialista, con il conseguente smantellamento dello Stato sociale, conquistato con enorme sacrificio dal movimento operaio, ma aver convinto le sue vittime a desiderarlo.

Non è stato sufficiente tagliare pensioni,

distruggere contratti, precarizzare vite, eliminare diritti fondamentali come quello delle tutele dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori; ovviamente non si sono fermati solo al lavoro e ai diritti dei lavoratori, con esso era indispensabile eliminare quella fonte di conoscenza e istruzione che avrebbe formato la futura classe dirigente e i giovani operai, ossia l’istruzione, svuotandola di quelle materie classiche e filosofiche che permettono ad un giovane di conoscere e avere un senso critico sulle varie problematiche, quindi menti pensanti e non robot.

Ma si è reso necessario riscrivere la percezione del mondo, trasformando i diritti in privilegi, la solidarietà in parassitismo, la spesa pubblica in colpa.

Oggi milioni di persone, soprattutto giovani e precari, non sognano più l’estensione dei diritti sociali, ma il loro contenimento. Credono che le pensioni “troppo generose”, i congedi parentali, la sanità gratuita, le ferie pagate siano il peso morto che affonda le finanze pubbliche.

Credono che chi ha un contratto stabile sia un privilegiato, quando non addirittura un ladro.

Ma chi ha costruito questa narrazione? E a che scopo?

Alla fine degli anni 50, l’Europa fu invasa da milioni di giovani che lottavano e rivendicavano libertà, diritti, lavoro giustizia sociale.

Lo Stato sociale — con i suoi pilastri: istruzione pubblica, sanità universale, previdenza — era il compromesso fra capitale e lavoro che impediva il ritorno della barbarie. Quelle conquiste nacquero dalla lotta di classe e furono pagate con decenni di sacrifici, persecuzioni delle avanguardie operaie, morti e uccisioni. Quello fu il 68 dove i giovani imparavano a sognare un mondo migliore attraverso il conflitto duro.

Eppure, a partire dagli anni Ottanta, tutto è cambiato.

Il neoliberismo “ prima con Reagan e Thatcher, poi con Clinton, Blair e i loro cloni europei D’Alema, Prodi, Amato, Dini” ha capovolto il lessico politico.

La spesa pubblica è diventata “inefficienza”, la solidarietà “spreco”, il diritto “assistenza”. Il problema, da sistemico, è diventato morale: non più lotta tra classi, ma tra “produttivi” e “improduttivi”.

Il welfare è stato descritto come una macchina che premia la pigrizia e disincentiva l’impegno. Non un sistema di protezione, ma un alibi per i falliti.

Così, nel cuore dell’ideologia neoliberista, l’indigenza non è più il frutto di un’ingiustizia, ma di un fallimento personale.

E chi riceve un aiuto pubblico diventa automaticamente sospetto.

Ma con la distruzione di quel sistema di diritti e solidarietà, è cresciuto una nuova ideologia, quella del massimo profitto, un idea negativa della società che spinge fin da bambini al primeggiare, all’arrivismo, senza limiti e qualsiasi strada è valida per ottenerlo.

Ma il vero trionfo del capitale è stato l’introiezione di questa ideologia da parte dei subalterni.

Oggi, in molte piazze d’Europa, non è raro vedere precari che chiedono “meno tasse”, “più merito”, “meno privilegi”. Non sanno che stanno tagliando il ramo su cui potrebbero sedere. Meno tasse significa meno diritti e stato sociale, meno pensioni, meno sanità meno diritti, e saranno i più deboli, ossia il proletariato a pagarne le conseguenze.

Il capitale è riuscito a creare una soggettività compatibile con la sua logica: un individuo isolato, competitivo, rancoroso, pronto a odiare chiunque goda di una protezione sociale che a lui è stata negata.

In sostanza hanno eliminato l’idea di lotta di classe e hanno spinto per una lotta tra poveri.  L’odio non è più verso il padrone, ma verso l’insegnante “fannullone”, l’infermiere “assenteista”, il pensionato “privilegiato”. Non si sogna più un mondo in cui tutti abbiano tutele: si sogna che nessuno le abbia.

Così, nella nuova ideologia, il lavoro stabile non è un obiettivo da estendere, ma un privilegio da abbattere. Chi ha un contratto decente è visto come un usurpatore. Chi gode di ferie pagate è un peso. E chi chiede sanità pubblica è “assistenzialista”.

Questo rovesciamento culturale non è avvenuto per caso. È stato programmato, finanziato, costruito con meticolosità. I neoliberisti, a partire dalla Mont Pèlerin Society di Hayek e Friedman, hanno lavorato per decenni alla produzione di un nuovo senso comune. E i partiti politici di dx , sx, centro, tutti coloro che si definiscono interclassisti ossia non credono nella lotta di classe tra proletari e padroni, ne sono responsabili.

I media mainstream hanno fatto il resto: ogni telegiornale, ogni talk show, ogni articolo che denuncia l’insegnante assenteista o il “furbetto del cartellino” serve a consolidare il pregiudizio che il pubblico sia inefficiente, costoso, ingiusto. Ma ovviamente difendono a spada tratta le aziende prima dello stato che sono state privatizzate e che tali privatizzazioni sono state una tragedia per lo stato, come Stellantis che è oramai un pozzo dove lo stato ha versato centinaia di miliardi di euro nenegli ultimi 45 anni con la conseguente riduzione di decine di migliaia di posti di lavoro. O come l’ex Ilva, che ha distrutto un territorio procurando enormi danni di inquinamento con la conseguente morte e l’ammalarsi di centinaia di persone di cancro.

La narrazione dominante mostra il welfare come una zavorra che affonda lo Stato, mai come un’àncora che salva la società.

Nel frattempo, si tace sul vero costo della finanza speculativa, dell’evasione fiscale sistemica, delle grandi rendite parassitarie.

Si tace sul fatto che lo smantellamento del welfare sia servito a finanziare i salvataggi delle banche, non le mense per i poveri.

 Le conseguenze di questo scempio: un popolo diviso, uno stato produttivo distrutto e trasformato, da organo collettivo di produzione al servizio della collettività a strumento di finanziamento ad un capitale privato.

Il risultato di questa operazione culturale è una società frammentata, rancorosa, divisa, dove i lavoratori si guardano in cagnesco, dove il dipendente pubblico è visto come un nemico, il precario come uno sfigato, il disoccupato come un colpevole.

Il capitale, nel frattempo, osserva compiaciuto: più i lavoratori si odiano, meno si organizzano. Più odiano chi ha un diritto, meno lottano per estenderlo. Così l’erosione del welfare non trova resistenza, perché la rabbia è stata deviata verso il basso, mai verso l’alto.

Lo Stato sociale è morto nella coscienza di chi ne avrebbe bisogno. La falsa sx sia politica che sindacale, che un tempo spalleggiava e costruiva insieme ai lavoratori, la lotta alla conquista dei diritti dei lavoratori, oggi è complice della loro distruzione. E per camuffare la sua complicità lotta non per i diritti collettivi ma sostituendoli con nuovi diritti individuali, come quelli dei Gay Pride.

È questa la vera vittoria del neoliberismo: non solo impoverire i corpi, ma addestrare le menti.

Il compito di chi non ha mai rinunciato alla difesa dei lavoratori, di chi crede che il conflitto sia l’unica arma, di chi crede che la lotta di classe non sia mai finità e che oggi la classe dominante è quella dei padroni, ebbene il compito di costoro è di  ROVESCIARE L'INGANNO

Ricostruire una coscienza sociale richiede una battaglia culturale.

Bisogna smascherare l’inganno, rompere la narrazione tossica che ha fatto del pubblico un bersaglio e del privato una religione.

Non è lo Stato sociale che ha ucciso l’economia: è il capitalismo predatorio che ha ucciso lo Stato sociale.

Ed è ora di dirlo ad alta voce, prima che sia troppo tardi.

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